Nonostante questi nuovi approntamenti, le cose cambiarono radicalmente quando la città cominciò a soffrire periodicamente per colpa delle incursioni di pirati turchi, che riuscivano a sbarcare senza incontrare eccessiva resistenza nella parte sud della città. Per ovviare a questo problema e, di più, per provvedere di una efficace difesa la guarnigione della città, alla prima costruzione in epoca spagnola si aggiunsero, sotto Ferrante, due grosse torri verso sud e un rivellino (opera esterna con artiglieria) ad oriente. Le grosse torri si rendevano necessarie per potere utilizzare le nuove artiglierie con polvere da sparo. Dopo un primo intervento si dovette alzare l'opera di svariati metri per permettere ai cannoni di colpire fino al quartiere extraurbano di Sbarre. Per la costruzione delle nuove torri e delle mura di raccordo si utilizzarono tutte le tecniche più nuove disponibili al momento. La struttura fu realizzata inglobando nella muratura crini di cavallo, che la rendevano più leggera ed elastica, mentre fu curato anche il profilo delle torri, atto a deviare e smorzare il tiro delle artiglierie nemiche. Realizzato forse già dall'epoca sveva, un fossato aumentava la capacità difensiva del castello da parte di truppe di terra. Per alimentare il fossato, veniva utilizzato il torrente Orangi. Le tracce della fiumara che riempiva il fossato sono ancora leggibili: si tratta del torrente che scorreva dove ora è la Via Trabocchetto, faceva un ansa seguendo l'attuale Via del Salvatore, e si immetteva nel fossato nel punto dove adesso è il Largo Orange.
II castello, fin dall'epoca sveva, fu al centro di tutte le vicende della città. II suo ruolo principale, però, leggendo le fonti, non sembra essere stato quello di proteggere la popolazione reggina, quanto quello di incatenare Reggio ai suoi conquistatori. La fortezza, nel corso dei secoli, poi, rappresentò sempre l'extrema ratio di compagini politiche sconfitte e di guarnigioni accerchiate, e non mancano persino esempi di veri e propri assedi da parte dei Reggini stessi.
Ormai non più in linea con le necessità militari de tempo, durante il Risorgimento il castello divenne prigione politica e luogo di esecuzione di ribelli. L'odio dei Reggini, anche di quelli più sensibili al fascino della storia e delle antichità, verso quella che percepivano come la "casa dei dominatori" fece sì che, già all'indomani dell'entrata nello Stato Italiano unitario, si levassero voci di protesta che inneggiavano alla distruzione completa della fortezza. Tali pretese della classe dirigente della città fecero sì che, pur avendo resistito al terremoto del 1908, la parte più antica del castello sia stata deliberatamente distrutta, in nome anche di una architettura urbanistica più razionale. Questa vera e propria cupio dissolvi, unita alla sfrontatezza di imprenditori e politici senza scrupoli, portò ad una stagione di rovine, sotto i cui colpi Reggio perse i suoi monumenti più antichi: oltre il castello, anche le chiese bizantine di San Gregorio Magno e di Santa Maria di Terreti.
Durante la distruzione delle torri settentrionali, furono rinvenute monete, subito disperse, che lanciano alcuni interrogativi sull'epoca più antica della fortezza. Tra gli esemplari rinvenuti erano presenti molti bronzi risalenti all'epoca agatoclea, alla fine del IV sec. a.C., quando l'intero sistema difensivo di Reggio dovette essere ridisegnato. Esemplari simili sono stati rinvenuti anche all'interno della fortezza di San Niceto in comune di Motta San Giovanni.
(Tratto da "Reggio Città d'Arte - Daniele Castrizio, Maria Rosaria Fascì, Renato G.Laganà - Fotografo Attilio Morabito)
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